bepperamina

appunti sulla vita,la morte, la cronaca, la politica gay e delle altre simpatiche forme di vita

Eccomi

Blogger: bepperamina
Nome: beppe ramina

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

mercoledì, 20 agosto 2008

Come direbbe Gabriella Bertozzo, ecco com'eravamo; aggiungo: si è ciò che si è stati

(dall'archivio online di repubblica.it)

I GAY VESTITI ' DA AUSCHWITZ' IN PIAZZA CONTRO BUSCAROLI

BOLOGNA - "Basta, ho deciso: divento omosessuale. Di fronte alla potenza di questo sodalizio, salto la barricata. Purché la smettano di rompere le balle". Risate beffarde alla battuta di Piero Buscaroli, il professore nero. Cala la sera su Piazza Maggiore: è terminato uno a uno, molte urla pochi spintoni, il primo duello in campo aperto fra rosa e neri, fra omosessuali e post-fascisti, fra il segretario del ' potente sodalizio' Arcigay Franco Grillini e il giornalista-musicologo Buscaroli, che gli omosessuali li chiama elegantemente "froci" e vorrebbe fossero "isolati e curati". Trecento missini davanti al palco, venti militanti gay poco più in là; in mezzo, una quantità sovrabbondante di divise per evitare scintille fra i due candidati europei più incompatibili di questa campagna elettorale, bolognesi entrambi: Buscaroli, An, che una settimana fa smentiva blandamente l' intervista in cui invitava i gay ad accomodarsi nei campi di concentramento; Grillini, Pds, che subito dopo annunciava: "E io al suo comizio ci vado vestito da internato". Detto e fatto. Alle sei di sera si presenta in piazza Nettuno, dietro l' angolo di piazza Maggiore, così abbigliato: casacca e pantaloni cascanti a strisce bianche e grigie, opera dell' amico sarto Timo su modelli Auschwitz; berretto a bustina in tinta; grande triangolo rosa (marchio nazista per gli omosessuali nei lager) cucito sul petto; allusivo numero d' ordine: 1994; scarpe Reebock nere, anacronistiche ma utili perché "per correre via inseguito sono più comode degli zoccoli". I fotografi sono tutti per lui, i funzionari Digos scuotono il capo e sospirano, gli avevano consigliato di lasciar perdere, e invece... I poliziotti si mettono il casco e fanno cordone mentre le trombe del comizio riversano sulla piazza a mo' di ouverture il pomposo Wagner dei Maestri cantori. Quello di Buscaroli è un comizio pieno di citazioni dotte, di ricordi personali ("Sono un figlio dell' 8 settembre..."), poco trascinante e poco affollato: ma per il Msi, da sempre, i comizi bolognesi non contano per il cosa e per il quanti, bensì per il dove: Piazza Maggiore, agorà della sinistra, dimora dei pensionati rossi oggi cacciati senza che nessuno dicesse "ba", e perciò sacramentanti come non mai: "Che si debba vedere...". Duro da ingoiare, il primo comizio governativo del Msi nella città dei suoi eterni nemici. Per un po' se ne stanno buoni, i gay, dietro il loro striscione, protetti dal sacrario dei partigiani: "Vorrei vedere che ci cacciassero da qui - insorge Grillini - nessuno nega più ai fascisti la piazza, neanche la sinistra, ma se cominciano a negarla agli antifascisti...". Poi però si spostano, spuntano a sorpresa sul sagrato di San Petronio, proprio di fronte al palco dove Buscaroli sta lodando la "tenacia vittoriosa dei camerati" e "l' impetuosa, meravigliosa improvvisazione di Berlusconi". A questo punto dai gradini della basilica una quarantina di ultrasinistri iniziano il concerto, "fascisti carogne tornate nelle fogne", "Fini boia" eccetera. Scattano come molle sei o sette nerboruti ragazzi missini, ma arrivano prima i poliziotti, oltre il cordone volano solo insulti, "pervertiti, busoni, adesso nelle fogne ci siete voi", "Froci-froci", qualcuno anche: "Uccideteli". All' ennesimo "busoni" perde le staffe Beppe Ramina, consigliere comunale verde, si butta, sta per partire la zuffa, interviene il gioielliere Arrigo Veronesi, Fiamma all' occhiello: "Dài, Beppe, non ce l' abbiamo con voi", "Veramente...". La polizia fa sgombrare, ma lo striscione gay è un' anguilla, rispunta un paio di volte qua e là nella piazza. "Ora basta", intima un funzionario di Questura. "Ancora tre scatti", ammicca Grillini tra i flash. "Insomma adesso siamo noi al governo, fateli tacere", urla un signore paonazzo. Ma ormai Buscaroli ha già finito, con un inno al "sacrosanto matrimonio" e uno sfottò: "Abbraccio tutti, anche voi laggiù, ma un abbraccio casto, sia chiaro". Molto rumore per nulla? "Questo Buscaroli non è folclore", spiega Paolo Hutter, anche lui candidato gay a Milano, "rappresenta il secondo partito di governo. Le sue non sono battute: sono programmi". - MICHELE SMARGIASSI

Postato da: bepperamina a 14:39 | link | commenti |

giovedì, 07 agosto 2008

Un mio articolo uscito il 3 agosto 2008 su il domani di Bologna

LE ZONE D'OMBRA DEL PRESIDENTE FINI

Quando i tre fischi del locomotore chiamano al silenzio, la piazza ammutolisce e non sono pochi ad avere le lacrime agli occhi. Succede sempre, ogni anno il 2 agosto alle 10.25 a Bologna. Succede da 28 anni. Poi ci sarà chi fischia, chi lancia un grido stizzito, chi se ne va, ma quei sessanta secondi di muto ricordo sono il cardine della giornata e la ragione per cui, nonostante gli anni trascorrano, alcune migliaia di persone si danno convegno sul piazzale della stazione.
Ogni anno sembra di essere di meno; poi la piazza si riempie, ascolta con rispetto - anche quando dissentirebbe - il rappresentante dei famigliari delle vittime; il minuto di silenzio, col fischio del locomotore che è un grido ripetuto e asciutto; quindi tocca al sindaco e infine al rappresentante del Governo: è questo il rito civile al quale tanti esponenti della destra – ieri si è aggiunto anche Ubaldo Salomoni – vorrebbero mettere fine.
Quando la parola passa ai rappresentanti delle istituzioni, la gente della piazza valuta, decide se applaudire o contestare o andarsene, che è una forma di protesta anche più dura, una dichiarazione di alterità, voltare le spalle, che non può venire scalfita da nessun argomento. È accaduto ieri, quando è intervenuto il ministro Rotondi. Non per quello che diceva, non è stato ascoltato, ma per quello che rappresenta: un Governo che fa della restaurazione, anche del ruolo della magistratura, il proprio asse; una maggioranza di destra che mette sullo scranno più alto di Montecitorio il massimo esponente di quel partito che negli anni, appoggiandosi sulle tesi - dimostratesi infondate e inventate - della commissione Mitrokhin, ha cercato di allontanare le responsabilità della strage dal milieu neofascista, piduista, di servizi deviati, di criminalità organizzata nel quale è maturata. E che si ritrova non solo in questa strage, ma in tutte quelle che hanno martoriato l’Italia, da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, alle bombe sui treni.
Ieri Gianfranco Fini è andato oltre. Oltre, perché è presidente della Camera, degno di considerazione tale in questo ruolo da rientrare nelle quattro “massime cariche dello Stato” che il cosiddetto lodo Alfano mette al riparo dalla giustizia. Nel messaggio inviato al sindaco di Bologna e a Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei famigliari della vittime, Fini ha scritto di ritenere “necessario che, dopo tanti anni, si dissolvano le zone d’ombra che hanno suscitato perplessità crescenti nell’opinione pubblica intorno all’accertamento della verità sulla strage. Sarebbe un servizio prezioso reso alla democrazia del nostro Paese”.
Trascuriamo la scarsa sensibilità di cui si dà prova inoltrando un’esortazione del genere ai famigliari degli 85 morti e oltre 200 feriti della bomba alla stazione, che strenuamente difendono quelle sentenze, e domandiamoci quali sarebbero quelle “zone d’ombra” che rendono meno democratico il nostro Paese. Forse quelle indicate dal teorema di Francesco Cossiga, prive di riscontri documentali, le stesse che si adombrano negli atti della commissione Mitrokhin, e dei parlamentari di An e Forza Italia, Enzo Raisi, Italo Bocchino, Fabio Garagnani. Quelle per cui Valerio Fioravanti e la moglie Francesca Mambro sarebbero fresche mammolette finite in un gioco più grande di loro e non personaggi di primissimo piano - e con solide coperture - del terrorismo nero, operanti dalla fine degli anni Settanta ai primi anni Ottanta, quando vennero arrestati.
Eppure sono responsabili ognuno di una decina di omicidi (per i quali sono stati condannati a numerosi ergastoli e a decine di anni di carcere) tra i quali anche quelli di due neofascisti loro amici e camerati, “giustiziati” perché sospettati di essere delatori. Due persone che, al contrario di quanto si vuol fare credere, non si tirano indietro neppure di fronte alla strage: il 9 gennaio del 1979 Fioravanti assaltò la sede di Radio Città Futura di Roma ferendo a colpi di mitra quattro donne; il 16 giugno dello stesso anno guidò l’assalto ad una cinquantina di persone riunite in una sezione del PCI all’Esquilino sulle quali vennero lanciate due bombe a mano oltre a venire esplosi numerosi colpi di arma di fuoco. I feriti furono venticinque: non sembra davvero un giovanotto che si tiri indietro di fronte all’eventualità di compiere un massacro di innocenti.
Il presidente della Camera che parla di “zone d’ombra” e di “perplessità crescenti nell’opinione pubblica”, dunque, di cosa parla? Di quali prove documentali è in possesso? Di nessuna. E a quale opinione pubblica fa riferimento? Così scrivendo, la terza più alta carica dello Stato si accoda ad un’operazione di messa in dubbio di una sentenza che ha superato tutti i gradi di giudizio senza venire contraddetta. Ovviamente, è lecito che ci sia chi esprime perplessità, purché quelle perplessità non le si voglia far diventare a tutti i costi delle prove. E a condizione di non ricoprire un ruolo di garanzia istituzionale qual è quello di presidente della Camera.

Postato da: bepperamina a 13:09 | link | commenti |
bologna, mambro, fioravanti, 2 agosto 1980, strage alla stazione

Un mio articolo da ildomani di Bologna del 6 agosto 2008

TRAGICI FALLIMENTI AL MERCATO DELLE RISORSE UMANE


Una ventina di racconti brevi. Verrebbe da dire, parafrasando il Fantozzi di Paolo Villaggio, tragici. Casi aziendali e casi umani: Renato Chierzi, che di gestione del personale ha molta esperienza, propone una raccolta di figure e situazioni tipiche di quelle comunità che sono i luoghi di lavoro, alla perenne ricerca del successo - disposte a sperimentare pressoché di tutto per raggiungerlo - e costantemente condannate al fallimento, anche quando l’Azienda - come la scrive Chierzi, per renderla al tempo steso impersonale e sovrastante come un Moloch - macina utili e assume personale. Il libro è Supermercato risorse umane, l’editrice delle 140 pagine è la trentina Curcu&Genovese, euro 12, la prefazione del presidente di Unipol Pierluigi Stefanini. Il fallimento del quale scrive Chierzi, velandolo di ironia paradossale, è quello dei meccanismi aziendali, dei protocolli di valutazione, dei premi legati agli utili conseguiti, delle dinamiche che legano e contrappongono i diversi soggetti che vanno a costituire quel particolare organismo sociale che è l’Azienda. Il fattore umano, le resistenze, le abitudini, le miserie caratteriali che scavano ben sotto il livello di superficie e, dopo anni o mesi, restituiscono un guscio svuotato, esseri umani avviliti, la tragedia, insomma, si fanno beffe di ogni strategia: gli obiettivi, quelli economici, si raggiungono, ma quelli umani si allontanano: è il capitalismo, baby. Sono le vite ad alta velocità e la messa in scena competitiva. Sono i simboli e le scenografie delle catene di comando. Sono le decisioni “difficili e sofferte”. Ma inevitabili.
I racconti di Chierzi, i suoi personaggi sempre sull’orlo di una crisi di nervi e sempre solidi, affidabili finché non crollano, fino a quando non hanno uno scatto d’incomprensibile ira, non sbarellano, insomma, sono anche utili casi aziendali, rompicapi dotati di soluzioni molto provvisorie il cui suggerimento è palindromo e ambiguo. Suona uguale, lo si può leggere da sinistra a destra e viceversa. Ma muta di significato a seconda del tono con cui lo si legge, del contesto. Perché, se il cambiamento costante e continuo dei punti di vista e delle metodologie nelle Aziende dovrebbe essere soluzione alle crisi, il modo per prevenirle e contrastarle, al tempo stesso è sintomo dell’insuccesso permanente, è nevrosi. Tanto da spingere a porsi la domanda più banale: vale la pena sbattersi tanto per giungere ad un nulla racchiuso nel denaro?
Chierzi questa domanda implicitamente la pone e vi risponde, a partire dalla scelta del titolo, “supermercato risorse umane”, visione di scaffali dove ognuno di noi è collocato col cartellino del prezzo e il codice a barre, per piccola parte individuo e per il resto oggetto intercambiabile in un mercato nel quale i valori che contano - si direbbe , imperscrutabilmente - prescindono dai sentimenti, dalle solidarietà.
Imprescrutabilmente, perché il responsabile del personale, il caporeparto, il collega, vorrebbero salvare quella creatura fragile che da dipendente modello nel giro di pochi giorni o poche ore, spesso per una lacerazione nelle geometrie degli affetti, si trasforma e d’improvviso timbra il cartellino in ritardo, tratta bruscamente i clienti, risponde con allegra ferocia alle telefonate, si infila un ago nel braccio e pompa gocce di eroina. Vorrebbero, ma non possono. Il modello al quale si è costreti è un altro, ha l’utile come stella polare e gli umani come risorse destinate alla funzione di alleviare l’inesauribile appetito.
E gli sforzi del responsabile del  personale, la sua umanità, il suo desiderio di “fare il bene” di chi gli si presenta come problema, sono destinati ad infrangersi. Tragico fallimento. Un libro da leggere.

Postato da: bepperamina a 13:01 | link | commenti |
lavoro, il domani di bologna

sabato, 26 luglio 2008

Sono lì, allineati su panni blu. Sono Rolex, orologi assai costosi, imboscati, come informa il comunicato stampa della Gdf, da un certo "Gianluca Maruccio De Marco, uno dei soci amministratori del Gruppo, e convivente di Simona Vecchi, madre di Matteo Cambi" l'inventore di Guru, un marchio, a quanto pare, noto quanto quello Rolex. 180 orologi, valore: svariati milioni di euro. E Cambi ha fatto crac, arrestato, per alcune decine di milioni di euro. Sembrano morti riesumati, quei pezzi di metallo.

P7251694

Postato da: bepperamina a 13:20 | link | commenti |
guru, cambi, rolex

lunedì, 21 luglio 2008

Nel negozio, misurando le lenti per la presbiopia, ho dichiarato i miei 56 anni suonati al giovane ottico. Il quale alterna il lei al tu. Lusingato, immagino questo ponte lessicale lanciato fra le nostre età come ad un legame di natura carnale. Ma lui non ricorda il mio nome e ad ogni passaggio di moduli o di consultazioni al database torna a chiedermelo. Il suo è un tu generico, non desideroso di confidenzialità. E' lo stesso tu che ci scambiamo oramai ovunque, un tu intercambiabile fra persone che sentono di essere senza identità: tutte uguali, tutte nessuno.

Postato da: bepperamina a 16:23 | link | commenti |



Foto Recenti