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appunti sulla vita,la morte, la cronaca, la politica gay e delle altre simpatiche forme di vita

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sabato, 26 luglio 2008

Sono lì, allineati su panni blu. Sono Rolex, orologi assai costosi, imboscati, come informa il comunicato stampa della Gdf, da un certo "Gianluca Maruccio De Marco, uno dei soci amministratori del Gruppo, e convivente di Simona Vecchi, madre di Matteo Cambi" l'inventore di Guru, un marchio, a quanto pare, noto quanto quello Rolex. 180 orologi, valore: svariati milioni di euro. E Cambi ha fatto crac, arrestato, per alcune decine di milioni di euro. Sembrano morti riesumati, quei pezzi di metallo.

P7251694

Postato da: bepperamina a 13:20 | link | commenti |
guru, cambi, rolex

lunedì, 21 luglio 2008

Nel negozio, misurando le lenti per la presbiopia, ho dichiarato i miei 56 anni suonati al giovane ottico. Il quale alterna il lei al tu. Lusingato, immagino questo ponte lessicale lanciato fra le nostre età come ad un legame di natura carnale. Ma lui non ricorda il mio nome e ad ogni passaggio di moduli o di consultazioni al database torna a chiedermelo. Il suo è un tu generico, non desideroso di confidenzialità. E' lo stesso tu che ci scambiamo oramai ovunque, un tu intercambiabile fra persone che sentono di essere senza identità: tutte uguali, tutte nessuno.

Postato da: bepperamina a 16:23 | link | commenti |

giovedì, 10 luglio 2008

a questo indirizzo si trova una lettera di graziella bertozzo http://www.facciamobreccia.org/content/view/415/94/ corposa, bella, discutibile e che mi ha molto coinvolto emotivamente

una parte, alla fine, riguarda anche me :

"E mi spiace vedere “vecchi leader” di movimento che quella sede hanno conquistato, accusare me – e di conseguenza Facciamo Breccia, con una consequenzialità che non prevede, evidentemente, responsabilità individuali – di maschilismo, perché avrei voluto andare alla conquista di un palco e di un microfono, da sempre degli uomini, anziché essere orgogliosa del ruolo che mi spettava, quello della piazza che “accoglie”. A parte il trasferimento su di me di desideri evidentemente suoi, sappia quel signore, Beppe Ramina, che le lesbiche, da quando hanno avuto il coraggio, la caparbietà e la “violenza” di dichiarasi lesbiche, hanno anche dichiarato, consapevolmente o meno, che non sarebbero più state “piazza accogliente” di un “palco-microfono-pene” concessi dall’alto della collina. Non ha capito, evidentemente, che stavamo festeggiando anche la sua storia e la sua persona. Evidentemente festeggiavamo quello che è stata quella persona, ma non quello che è."
 

Postato da: bepperamina a 18:58 | link | commenti (1) |

sabato, 05 luglio 2008

Che bello, darsi del fascista l'un l'altro, l'un l'altra. E poi dirsi che si è esagerato, che non si intendeva dir quello, ma quell'altro. Che ci si vuol bene, ma bene bene. Tanto bene. E commuoversi un po'. E baciarsi sulle guance. E chiarire che non si intendeva dir "fascista", ma, al contrario, "sei una favola". Che favola.

Postato da: bepperamina a 14:18 | link | commenti (1) |

mercoledì, 02 luglio 2008

Beppe Ramina intervista Beppe Ramina

D. Scusi, Ramina, perché si autointervista?

R. <Vede, in questi giorni sto leggendo mail di sostenitori e attivisti di Facciamo Breccia che esprimono solidarietà a Graziella Bertozzo e mail di sostenitori e attivisti e dirigenti di Arcigay e Arcilesbica che sostengono le ragioni di chi ha organizzato il Pride di Bologna e di Arcigay e Arcilesbica. Se ognuno solidarizza con se stesso, mi sento legittimato ad autointervistarmi>.

Capisco, ma non le pare un atteggiamento schizofrenico?
<Come sa, in tutti noi albergano più personalità, non bisognerebbe reprimerle troppo. Comunque, già che ha introdotto un discorso di taglio psicanalitico, le dirò a cosa ho pensato  dopo l’incidente di piazza VIII Agosto, Bertozzo, servizio d’ordine, polizia...>.

Dica...
<Mi ha colpito l’eccitazione che provocano palco e microfono. Se non si sale sul palco o non si parla al microfono non si esiste. Il palco è un feticcio. C’è chi argomenta che la piazza sia l’elemento femminile, matriarcale, accogliente e avvolgente dove tutti e tutte sono alla pari e i rapporti orizzontali. Il palco/trono sarebbe il luogo del maschile-maschilista: è li che si dipana una gerarchia di poteri in un approccio verticale con la piazza e con una distribuzione di riconoscimenti tra i “potenti” di turno che passa, ad esempio, per la sequenza degli interventi>.

È psicoanalisi da bar, ma vada avanti...
<Il desiderio di salire sul palco induce una sensazione d’ansia che può diventare molto acuta. Se si riesce ad accedere, l’ansia si placa; se l’accesso viene impedito si può perdere il controllo delle proprie emozioni. D’altra parte, anche chi deve esercitare il controllo all’accesso al palco/trono vive una dinamica del tutto simile. Trent’anni fa le cose erano più semplici, perché si era in pochi e ognuno di noi poteva essere regina. Adesso è più difficile, la selezione dura, il traguardo sempre più lontano... Ah, leggo ora di una proposta di Saverio Aversa del Prc di far intervenire Graziella Bertozzo dal palco del Pride di Catania per chiarire come sono andate le cose. Non le pare significativo che il risarcimento consista in un microfono e un palco?.>.

Però, chiamare la polizia....
<Ho letto diverse ricostruzioni dell’accaduto e non dubito che l’una parte sia arcisicura di avere subito prevaricazioni dall’altra e viceversa. Comunque, immagino che le poche persone che presidiavano l’accesso abbiano avuto la sensazione che la situazione andasse fuori controllo, che potesse accadere qualcosa di spiacevole e che per questo hanno chiesto l’intervento della polizia convinte che la cosa si sarebbe chiusa lì senza le conseguenze che ha poi avuto. L’accesso al palco è un punto molto delicato e andrebbe presidiato anche da persone che possano adottare comportamenti flessibili, ovvero, da chi ha le maggiori responsabilità di una manifestazione delle dimensioni e della complessità che ha assunto un Pride nazionale. Così non è stato e non si possono scaricare le responsabilità per un comportamento forse troppo rigido su uno o due volontari>.

Dunque, chi ha ragione?
<Ognuno a casa propria sente di avere ragione. Domandiamoci, invece, chi abbia avviato questa dinamica.  Facciamo Breccia ha scelto di muoversi al di fuori di quanto era stato concordato fra le associazioni che hanno promosso il Pride. È una scelta legittima, ma quando si punta a spiazzare, a mescolare le carte, non si sa quali effetti si provochino, quali reazioni si inneschino. Se con una mano si increspano le acque, poi non ci si deve stupire troppo se si provoca una tempesta. Poiché immagino che la scelta di salire sul palco sia stata fatta valutando con serietà quali conseguenze avrebbe potuto avere, FB, anziché lagnarsi, dovrebbe assumersene le responsabilità. In anni lontani mi è capitato di vivere situazioni rischiose e mi sono sempre sentito orgoglioso di farlo consapevolmente: non finivo nei guai, mi mettevo nei guai>.

Cosa ne pensa delle reazioni di Arcigay e Arcilesbica nazionale?
<Di certo il mio parere non interessa a nessuno, ma visto che è lei a chiedermelo glielo dico: un conto sono reazioni emotive che si innescano in situazioni di stress e che possono sfuggire di mano, altro è ciò che si dice a distanza di tempo e di spazio avendo avuto la possibilità di calmarsi e di riflettere. Arcigay e Arcilesbica sono due grandi associazioni, hanno una lunga storia e molte e qualificate adesioni. Credo che dovrebbero essere capaci di toni più asciutti, di entrare meno nei dettagli e non usare definzioni stereotipate per descrivere le pratiche di altre realtà organizzate. C’è un esercizio di pazienza e, al tempo stesso, di fermezza, che è richiesto a chi vuole avere più responsabilità>.

Le pare che ci sia una via d’uscita?
<La stessa di sempre, quando le tensioni superano il livello di guardia: si facciano vite separate, con rispetto e a distanza gli uni dagli altri. È ragionevole, non innervosisce, e alla lunga può consentire di recuperare un rapporto>.

Vuole aggiungere qualcosa?
<Solo un’osservazione: mi ha molto colpito l’insistenza con la quale in certe prese di posizione si batte sul tasto della “militanza storica”, qualifica attribuita ora a questa ora a quello per giustificare il diritto di accedere all’agognato palco. Sono passati quasi quarant’anni dalle prime azioni del FUORI e le militanze storiche sono, fortunatamente, oramai tante. Se tutte volessero accesso al microfono o al palco per questo motivo sarebbe necessario disporre di una piazza per almeno un mese: potrebbe anche essere divertente. Mi pare un po’ un atteggiamento alla “lei non sa chi sono io”, sgradevole. Più che le militanze storiche, avrei voluto ascoltare voci che raramente si sentono da un palco: quelle delle Famiglie Arcobaleno, quelle delle persone con Hiv, le associazioni dei Rom sotto tiro dei fascisti che sono al governo, i senza permesso di soggiorno che potranno finire per 18 mesi in un Cpt. Ma non ho sentito nessuno protestare per la loro assenza >.

Veramente, le Famiglie Arcobaleno sono intervenute, lei non è stato molto attento...
<A volte la vis polemica prende il sopravvento sulla realtà, non ne sono certo immune>


Postato da: bepperamina a 17:50 | link | commenti (11) |
bologna, pride, arcigay, arcilesbica, facciamo breccia, bertozzo



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