appunti sulla vita,la morte, la cronaca, la politica gay e delle altre simpatiche forme di vita
visitato *loading* volte
Un mio articolo uscito il 3 agosto 2008 su il domani di Bologna
LE ZONE D'OMBRA DEL PRESIDENTE FINI
Quando i tre fischi del locomotore chiamano al silenzio, la piazza ammutolisce e non sono pochi ad avere le lacrime agli occhi. Succede sempre, ogni anno il 2 agosto alle 10.25 a Bologna. Succede da 28 anni. Poi ci sarà chi fischia, chi lancia un grido stizzito, chi se ne va, ma quei sessanta secondi di muto ricordo sono il cardine della giornata e la ragione per cui, nonostante gli anni trascorrano, alcune migliaia di persone si danno convegno sul piazzale della stazione.
Ogni anno sembra di essere di meno; poi la piazza si riempie, ascolta con rispetto - anche quando dissentirebbe - il rappresentante dei famigliari delle vittime; il minuto di silenzio, col fischio del locomotore che è un grido ripetuto e asciutto; quindi tocca al sindaco e infine al rappresentante del Governo: è questo il rito civile al quale tanti esponenti della destra – ieri si è aggiunto anche Ubaldo Salomoni – vorrebbero mettere fine.
Quando la parola passa ai rappresentanti delle istituzioni, la gente della piazza valuta, decide se applaudire o contestare o andarsene, che è una forma di protesta anche più dura, una dichiarazione di alterità, voltare le spalle, che non può venire scalfita da nessun argomento. È accaduto ieri, quando è intervenuto il ministro Rotondi. Non per quello che diceva, non è stato ascoltato, ma per quello che rappresenta: un Governo che fa della restaurazione, anche del ruolo della magistratura, il proprio asse; una maggioranza di destra che mette sullo scranno più alto di Montecitorio il massimo esponente di quel partito che negli anni, appoggiandosi sulle tesi - dimostratesi infondate e inventate - della commissione Mitrokhin, ha cercato di allontanare le responsabilità della strage dal milieu neofascista, piduista, di servizi deviati, di criminalità organizzata nel quale è maturata. E che si ritrova non solo in questa strage, ma in tutte quelle che hanno martoriato l’Italia, da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, alle bombe sui treni.
Ieri Gianfranco Fini è andato oltre. Oltre, perché è presidente della Camera, degno di considerazione tale in questo ruolo da rientrare nelle quattro “massime cariche dello Stato” che il cosiddetto lodo Alfano mette al riparo dalla giustizia. Nel messaggio inviato al sindaco di Bologna e a Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei famigliari della vittime, Fini ha scritto di ritenere “necessario che, dopo tanti anni, si dissolvano le zone d’ombra che hanno suscitato perplessità crescenti nell’opinione pubblica intorno all’accertamento della verità sulla strage. Sarebbe un servizio prezioso reso alla democrazia del nostro Paese”.
Trascuriamo la scarsa sensibilità di cui si dà prova inoltrando un’esortazione del genere ai famigliari degli 85 morti e oltre 200 feriti della bomba alla stazione, che strenuamente difendono quelle sentenze, e domandiamoci quali sarebbero quelle “zone d’ombra” che rendono meno democratico il nostro Paese. Forse quelle indicate dal teorema di Francesco Cossiga, prive di riscontri documentali, le stesse che si adombrano negli atti della commissione Mitrokhin, e dei parlamentari di An e Forza Italia, Enzo Raisi, Italo Bocchino, Fabio Garagnani. Quelle per cui Valerio Fioravanti e la moglie Francesca Mambro sarebbero fresche mammolette finite in un gioco più grande di loro e non personaggi di primissimo piano - e con solide coperture - del terrorismo nero, operanti dalla fine degli anni Settanta ai primi anni Ottanta, quando vennero arrestati.
Eppure sono responsabili ognuno di una decina di omicidi (per i quali sono stati condannati a numerosi ergastoli e a decine di anni di carcere) tra i quali anche quelli di due neofascisti loro amici e camerati, “giustiziati” perché sospettati di essere delatori. Due persone che, al contrario di quanto si vuol fare credere, non si tirano indietro neppure di fronte alla strage: il 9 gennaio del 1979 Fioravanti assaltò la sede di Radio Città Futura di Roma ferendo a colpi di mitra quattro donne; il 16 giugno dello stesso anno guidò l’assalto ad una cinquantina di persone riunite in una sezione del PCI all’Esquilino sulle quali vennero lanciate due bombe a mano oltre a venire esplosi numerosi colpi di arma di fuoco. I feriti furono venticinque: non sembra davvero un giovanotto che si tiri indietro di fronte all’eventualità di compiere un massacro di innocenti.
Il presidente della Camera che parla di “zone d’ombra” e di “perplessità crescenti nell’opinione pubblica”, dunque, di cosa parla? Di quali prove documentali è in possesso? Di nessuna. E a quale opinione pubblica fa riferimento? Così scrivendo, la terza più alta carica dello Stato si accoda ad un’operazione di messa in dubbio di una sentenza che ha superato tutti i gradi di giudizio senza venire contraddetta. Ovviamente, è lecito che ci sia chi esprime perplessità, purché quelle perplessità non le si voglia far diventare a tutti i costi delle prove. E a condizione di non ricoprire un ruolo di garanzia istituzionale qual è quello di presidente della Camera.
Beppe Ramina intervista Beppe Ramina
D. Scusi, Ramina, perché si autointervista?
R. <Vede, in questi giorni sto leggendo mail di sostenitori e attivisti di Facciamo Breccia che esprimono solidarietà a Graziella Bertozzo e mail di sostenitori e attivisti e dirigenti di Arcigay e Arcilesbica che sostengono le ragioni di chi ha organizzato il Pride di Bologna e di Arcigay e Arcilesbica. Se ognuno solidarizza con se stesso, mi sento legittimato ad autointervistarmi>.
Capisco, ma non le pare un atteggiamento schizofrenico?
<Come sa, in tutti noi albergano più personalità, non bisognerebbe reprimerle troppo. Comunque, già che ha introdotto un discorso di taglio psicanalitico, le dirò a cosa ho pensato dopo l’incidente di piazza VIII Agosto, Bertozzo, servizio d’ordine, polizia...>.
Dica...
<Mi ha colpito l’eccitazione che provocano palco e microfono. Se non si sale sul palco o non si parla al microfono non si esiste. Il palco è un feticcio. C’è chi argomenta che la piazza sia l’elemento femminile, matriarcale, accogliente e avvolgente dove tutti e tutte sono alla pari e i rapporti orizzontali. Il palco/trono sarebbe il luogo del maschile-maschilista: è li che si dipana una gerarchia di poteri in un approccio verticale con la piazza e con una distribuzione di riconoscimenti tra i “potenti” di turno che passa, ad esempio, per la sequenza degli interventi>.
È psicoanalisi da bar, ma vada avanti...
<Il desiderio di salire sul palco induce una sensazione d’ansia che può diventare molto acuta. Se si riesce ad accedere, l’ansia si placa; se l’accesso viene impedito si può perdere il controllo delle proprie emozioni. D’altra parte, anche chi deve esercitare il controllo all’accesso al palco/trono vive una dinamica del tutto simile. Trent’anni fa le cose erano più semplici, perché si era in pochi e ognuno di noi poteva essere regina. Adesso è più difficile, la selezione dura, il traguardo sempre più lontano... Ah, leggo ora di una proposta di Saverio Aversa del Prc di far intervenire Graziella Bertozzo dal palco del Pride di Catania per chiarire come sono andate le cose. Non le pare significativo che il risarcimento consista in un microfono e un palco?.>.
Però, chiamare la polizia....
<Ho letto diverse ricostruzioni dell’accaduto e non dubito che l’una parte sia arcisicura di avere subito prevaricazioni dall’altra e viceversa. Comunque, immagino che le poche persone che presidiavano l’accesso abbiano avuto la sensazione che la situazione andasse fuori controllo, che potesse accadere qualcosa di spiacevole e che per questo hanno chiesto l’intervento della polizia convinte che la cosa si sarebbe chiusa lì senza le conseguenze che ha poi avuto. L’accesso al palco è un punto molto delicato e andrebbe presidiato anche da persone che possano adottare comportamenti flessibili, ovvero, da chi ha le maggiori responsabilità di una manifestazione delle dimensioni e della complessità che ha assunto un Pride nazionale. Così non è stato e non si possono scaricare le responsabilità per un comportamento forse troppo rigido su uno o due volontari>.
Dunque, chi ha ragione?
<Ognuno a casa propria sente di avere ragione. Domandiamoci, invece, chi abbia avviato questa dinamica. Facciamo Breccia ha scelto di muoversi al di fuori di quanto era stato concordato fra le associazioni che hanno promosso il Pride. È una scelta legittima, ma quando si punta a spiazzare, a mescolare le carte, non si sa quali effetti si provochino, quali reazioni si inneschino. Se con una mano si increspano le acque, poi non ci si deve stupire troppo se si provoca una tempesta. Poiché immagino che la scelta di salire sul palco sia stata fatta valutando con serietà quali conseguenze avrebbe potuto avere, FB, anziché lagnarsi, dovrebbe assumersene le responsabilità. In anni lontani mi è capitato di vivere situazioni rischiose e mi sono sempre sentito orgoglioso di farlo consapevolmente: non finivo nei guai, mi mettevo nei guai>.
Cosa ne pensa delle reazioni di Arcigay e Arcilesbica nazionale?
<Di certo il mio parere non interessa a nessuno, ma visto che è lei a chiedermelo glielo dico: un conto sono reazioni emotive che si innescano in situazioni di stress e che possono sfuggire di mano, altro è ciò che si dice a distanza di tempo e di spazio avendo avuto la possibilità di calmarsi e di riflettere. Arcigay e Arcilesbica sono due grandi associazioni, hanno una lunga storia e molte e qualificate adesioni. Credo che dovrebbero essere capaci di toni più asciutti, di entrare meno nei dettagli e non usare definzioni stereotipate per descrivere le pratiche di altre realtà organizzate. C’è un esercizio di pazienza e, al tempo stesso, di fermezza, che è richiesto a chi vuole avere più responsabilità>.
Le pare che ci sia una via d’uscita?
<La stessa di sempre, quando le tensioni superano il livello di guardia: si facciano vite separate, con rispetto e a distanza gli uni dagli altri. È ragionevole, non innervosisce, e alla lunga può consentire di recuperare un rapporto>.
Vuole aggiungere qualcosa?
<Solo un’osservazione: mi ha molto colpito l’insistenza con la quale in certe prese di posizione si batte sul tasto della “militanza storica”, qualifica attribuita ora a questa ora a quello per giustificare il diritto di accedere all’agognato palco. Sono passati quasi quarant’anni dalle prime azioni del FUORI e le militanze storiche sono, fortunatamente, oramai tante. Se tutte volessero accesso al microfono o al palco per questo motivo sarebbe necessario disporre di una piazza per almeno un mese: potrebbe anche essere divertente. Mi pare un po’ un atteggiamento alla “lei non sa chi sono io”, sgradevole. Più che le militanze storiche, avrei voluto ascoltare voci che raramente si sentono da un palco: quelle delle Famiglie Arcobaleno, quelle delle persone con Hiv, le associazioni dei Rom sotto tiro dei fascisti che sono al governo, i senza permesso di soggiorno che potranno finire per 18 mesi in un Cpt. Ma non ho sentito nessuno protestare per la loro assenza >.
Veramente, le Famiglie Arcobaleno sono intervenute, lei non è stato molto attento...
<A volte la vis polemica prende il sopravvento sulla realtà, non ne sono certo immune>
oggi
luglio 2009
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
marzo 2008
ottobre 2006
settembre 2006
settembre 2005
agosto 2005
giugno 2005
maggio 2005
2 agosto 1980
antinoo adriano madrid
arcigay
arcilesbica
bertozzo
bologna
cambi
comunità
controcorrente
facciamo breccia
fioravanti
gaypride
generali
guru
il domani di bologna
india gaypride
lavoro
lgtb
mambro
memoria
pride
rolex
stati
stati generali lgtb
strage alla stazione