appunti sulla vita,la morte, la cronaca, la politica gay e delle altre simpatiche forme di vita
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Nel 1997 scrissi questo testo per il mensile forlivese UNA CITTA' (www.unacitta.it) che ora mette a disposizione il proprio archivio online. Rileggendolo, mi è sembrato che abbia qualche tratto di attualità.
UNA CITTÀ n. 59 / Maggio 1997
LA COMUNITA’ CHE ANCORA NON C’E’
Le rappresentazioni delle omosessualità, in particolare di quelle maschili, hanno conquistato uno spazio significativo nell’immaginario contemporaneo. Veicolati soprattutto dalla cinematografia, dalla televisione e dalla fotografia, potentemente rafforzati dall’impatto emotivo prodotto dalla diffusione dell’Hiv e dalle morti per Aids, questi frammenti di verità hanno pur sempre il pregio di stabilire con nettezza l’esistenza, nelle nostre vite, del desiderio omoerotico.
Scorgiamo, in queste storie, generalmente prodotte in paesi del Nord America e del Nord Europa, in quei ritratti, affetti importanti, socialità dense di relazioni significative e, frequentemente, anche in situazioni estreme, l’esistenza di comunità solidali.
Poiché ciò che vive nel nostro immaginario appartiene anche alla nostra vita, si verifica una generalizzazione impropria per la quale l’esistenza di un movimento politico di liberazione delle omosessualità sarebbe di per sé sinonimo di comunità. Non è così.
Manuali come quello di Ezio Menzione, o altri elaborati da Giovanni Dall’Orto, pensati per chi voglia crescere e affermare i propri diritti, parrebbero indicare che la comunità esiste. Ma se il "prendersi cura" costituisce, come credo, l’indicatore più sicuro dell’esistenza di una rete di persone tra loro solidali, noi omosessuali italiani ancora non sembriamo averla strutturata.
Le differenze tra il nostro paese e quelli più a nord sono tracciabili a grandi linee:
1) Da quasi cent’anni in Italia non esiste alcuna legge specificamente rivolta contro gay e lesbiche. L’età del consenso è la stessa, sia per i rapporti etero che omosessuali. In Francia e in Germania leggi discriminatorie sono state rimosse solo negli anni Ottanta da Mitterrand e Schmidt. In Gran Bretagna, esistono tuttora. Negli Usa variano da Stato a Stato e talvolta sono gravemente vessatorie.
Questi elementi di aperta oppressione in stati democratici hanno favorito il coagularsi delle popolazioni omosessuali attorno alla richiesta della loro rimozione e hanno fatto nascere forme di autodifesa e autotutela, in ultima analisi hanno prodotto il senso di comunità del quale parliamo.
2) Francia, Gran Bretagna, Germania, Usa, Australia, Canada, vedono la presenza di grandi agglomerati urbani, talvolta vere e proprie megalopoli. Un forte flusso migratorio interno ha condotto migliaia di gay e lesbiche verso queste grandi città, dove hanno dato vita ad una scena ampia, articolata e visibile. L’Italia è invece caratterizzata da un tessuto di piccoli comuni (si pensi che Bologna e Firenze hanno circa 400.000 abitanti) e le stesse città più importanti (Roma, Napoli, Milano) hanno popolazioni limitate.
Anche qui gay e lesbiche, se possono, emigrano da piccoli paesi verso le città, ma si tratta di un fenomeno, tutto sommato, recente e non ancora sufficientemente evoluto.
3) La straordinaria presenza del Vaticano e di una Chiesa Cattolica controriformata determina gran parte degli atteggiamenti politici, sociali e culturali del nostro Paese.
In definitiva, operiamo e viviamo all’interno di una realtà socioculturale e antropologica, che non ha favorito la crescita e il consolidarsi di una comunità lesbo-gay.
Il motto cattolico e mediterraneo, "si fa, ma non si dice", assommato alle ragioni sopra riportate, ha fatto sì che gran parte delle persone omosessuali occultasse la propria scelta e vivesse una schizofrenia tra la vita di relazione di ogni giorno e la propria identità.
L’occultamento sociale dell’identità omosessuale, la conseguente frattura che questa scelta provoca negli individui, l’assenza di amore e di rispetto per se stessi, l’insignificanza che si intende attribuire al proprio essere, inducono alla costruzione di rapporti fortemente segnati dalla negazione di qualsiasi autenticità. Ciò che si interroga, allora, non sarà tanto la carenza di motivazioni politiche unitarie nel movimento degli e delle omosessuali (che quest’anno ha condotto a due diverse manifestazioni nazionali per il Lesbian&Gay Pride), quanto invece l’io spezzato che vive nei corpi degli e delle omosessuali. La frantumazione dell’io si riflette nella vicenda Aids. Al di là delle cifre relative al numero di omosessuali colpiti dal virus (da 4 a 6 volte inferiori a quelle di Francia, Germania, Usa), non v’è dubbio che le metafore prodotte dalla sua diffusione abbiano riguardato e riguardino intimamente ognuno di noi, mettendo in gioco la qualità delle nostre reciproche relazioni. Nonostante ciò, la rimozione dei significati evidenti e profondi avviene sia individualmente, sia collettivamente.
Il punto non è quanto si faccia politica in riferimento all’Aids o quanto questa politica sia più o meno radicale, eroica; bensì l’ interdizione delle motivazioni autentiche, originate dalla elaborazione del proprio individuale e comune vissuto.
Al cospetto dei danni gravissimi prodotti sulla nostra personalità dal dominio eterosessuale, gli strumenti offerti dalla politica appaiono ben poco efficaci.
Paradossalmente, lo stesso attivismo politico omosessuale finisce per non incontrarsi con il bisogno di comunità.
Il lodevole e quotidiano intervento che viene sviluppato, pur avendo contribuito non poco a rendere visibile la nostra esistenza, scontrandosi con assetti istituzionali dai quali non si ricava alcunché, induce a sentimenti di frustrazione e a contrasti all’interno del movimento, simili a quelli che si sviluppano tra le comunità esiliate (in questo caso: dal paese stesso dove si vive). Non cavando un ragno da un buco, per via della notevole impermeabilità del mondo istituzionale, l’attivismo politico è come costretto ad una ripetitività di gesti e richieste alle quali viene a mancare il premio del piacere. Proprio da ciò deriva quel senso di inadeguatezza che riattraversa, provocando malessere, le politiche del movimento e che ci si ostina ad affrontare con i mezzi della politica.
Una risposta classica a questa situazione vorrebbe che si rileggesse la politica a partire dalla relazione -il personale è politico- ma le esperienze fatte mi sembra indichino che, al di là di periodi brevi e ben individuabili, questa felice dialettica non si alimenta, anzi, finisce per declinarsi o in una prevalenza del politico o nell’estenuarsi del personale fino alla deriva nel privato.
L’ipotesi che avanzo è quella di accettare una consapevole e negoziata separazione tra i due momenti. Anche per movimenti come il nostro, originati dalla sofferenza di individui nel confronto con le società che ne negano l’esistenza, questa separazione, che non esclude lo scambio, pare essere la condizione attualmente necessaria per affrontare con qualche possibilità di successo il tema della relazione.
In definitiva, e molto semplicemente, mi pare che il movimento dovrà indirizzare molte risorse di tempo e di intelligenza nell’approfondire questi temi, la cui concretizzazione sta all’interno di quel "costruire le comunità" che ci si propone da diversi anni. Come ci accogliamo reciprocamente, come ci affidiamo reciprocamente, come ci vogliamo bene reciprocamente, come ci detestiamo reciprocamente e perché; che considerazione abbiamo di noi stessi, attraverso quali scambi simbolici strutturiamo le nostre identità, quali immaginari costituiscono le nostre riserve di sicurezze e di serenità. Le comunità, senza tentare di rispondere a queste ed altre questioni, non possono esistere. Le comunità devono poter offrire occasioni di compiutezza e armonia. L’incontro con l’altro, con l’altra, deve poter essere occasione di scambio, di consapevolezze e attenzioni, di intenzioni volte alla felicità, al piacere. I movimenti e le aggregazioni associative possono occuparsi di questi temi, sviluppando una funzione essenziale e preziosa.
Beppe Ramina
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