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mercoledì, 04 ottobre 2006

A proposito degli "Stati Generali del movimento LGTB" - Roma, 30 settembre 2006.

 

In quella realtà composita che per comodità definiamo "movimento LGTB" da molti anni esistono corpose divergenze su una serie di temi.

In genere queste divergenze vengono ricondotte a due polarità: da una parte ArciGay, descritta come istituzionalizzata e, ricorda Nicoletta Poidimani (http://www.nicolettapoidimani.it/) in una mail su Facciamo Breccia "prevalentemente maschile, con una dirigenza maschile"; dall’altra, un insieme di soggetti e gruppi, alcuni dei quali, andrà pure detto, "prevalentemente maschili, con una dirigenza maschile", operativi da molti anni, che si rappresentano maggiormente in relazione a pratiche a/istituzionali – anche se, a volte, nelle loro realtà territoriali fruiscono di risorse e sedi pubbliche – e anti/istituzionali.

Sappiamo che questa descrizione "bipolare" è caricaturale, superficiale, taglia fuori la grande articolazione e ricchezza delle realtà associate e individuali LGTB italiane; ma, poiché è quella di cui da qualche tempo si discute, diamola per vera.

In genere, gli incontri fra queste due polarità provocano alle persone dell’una e dell’altra "fazione", e reciprocamente, stati d’animo che oscillano dalla profonda irritazione all’odio, dal disprezzo al sarcasmo alla diffidenza. Ci si accomiata sentendosi finalmente liberi e libere dalla presenza altrui, coltivando risentimenti e una profonda frustrazione. Si torna alla comunità dei e delle simili per rimotivarsi e confermarsi. La retorica delle parole, scritte e dette, è orientata a togliere valore alle altrui esperienze. L’incontro, anziché essere occasione per accrescersi reciprocamente e conoscersi effettivamente, è luogo di contumelie i cui contenuti, da anni, sono prevedibili con largo anticipo. Tutte pulsioni che, da sole, consiglierebbero un’autoterapia fatta di contatti, diretti e indiretti, limitati allo stretto indispensabile. Direi, al buongiorno e buonasera.

Insomma, da questi incontri non emerge alcunché di nuovo, non vi è un gesto creativo che scompigli posizioni cristalizzate, tutt’altro. Non è solo questione di stati generali. Capita anche nelle realtà locali. Lo vedo a Bologna.

C’è raro spazio per intendersi, per parlare contando sull’ascolto, sulla possibilità di modificare la propria opinione, di dar vita insieme a ipotesi nuove.

Mi sento di dire che al momento è del tutto smarrita la possibilità di dialogo fra i due fantasmatici e fantastici poli del movimento LGTB italiano; che ogni incontro è fonte di reciproca sofferenza; e che meglio sarebbe se ognuno e ognuna percorresse la propria strada senza temere di "apparire divisi". Perché lo siamo, divisi.

Torneremo ad avere due Pride nazionali? Uno a Roma e l’altro in un’altra città d’Italia? Che importa? Ognuno e ognuna avrà salvaguardata la propria identità. Non è questo, in fondo, ciò che conta? Certo, è un po’ bizzarro per un movimento che rivendica il diritto per ogni individuo a sperimentare il nomadismo identitario.... ma tant’è.

Postato da: bepperamina a 18:17 | link | commenti |
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