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giovedì, 07 agosto 2008

Un mio articolo uscito il 3 agosto 2008 su il domani di Bologna

LE ZONE D'OMBRA DEL PRESIDENTE FINI

Quando i tre fischi del locomotore chiamano al silenzio, la piazza ammutolisce e non sono pochi ad avere le lacrime agli occhi. Succede sempre, ogni anno il 2 agosto alle 10.25 a Bologna. Succede da 28 anni. Poi ci sarà chi fischia, chi lancia un grido stizzito, chi se ne va, ma quei sessanta secondi di muto ricordo sono il cardine della giornata e la ragione per cui, nonostante gli anni trascorrano, alcune migliaia di persone si danno convegno sul piazzale della stazione.
Ogni anno sembra di essere di meno; poi la piazza si riempie, ascolta con rispetto - anche quando dissentirebbe - il rappresentante dei famigliari delle vittime; il minuto di silenzio, col fischio del locomotore che è un grido ripetuto e asciutto; quindi tocca al sindaco e infine al rappresentante del Governo: è questo il rito civile al quale tanti esponenti della destra – ieri si è aggiunto anche Ubaldo Salomoni – vorrebbero mettere fine.
Quando la parola passa ai rappresentanti delle istituzioni, la gente della piazza valuta, decide se applaudire o contestare o andarsene, che è una forma di protesta anche più dura, una dichiarazione di alterità, voltare le spalle, che non può venire scalfita da nessun argomento. È accaduto ieri, quando è intervenuto il ministro Rotondi. Non per quello che diceva, non è stato ascoltato, ma per quello che rappresenta: un Governo che fa della restaurazione, anche del ruolo della magistratura, il proprio asse; una maggioranza di destra che mette sullo scranno più alto di Montecitorio il massimo esponente di quel partito che negli anni, appoggiandosi sulle tesi - dimostratesi infondate e inventate - della commissione Mitrokhin, ha cercato di allontanare le responsabilità della strage dal milieu neofascista, piduista, di servizi deviati, di criminalità organizzata nel quale è maturata. E che si ritrova non solo in questa strage, ma in tutte quelle che hanno martoriato l’Italia, da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, alle bombe sui treni.
Ieri Gianfranco Fini è andato oltre. Oltre, perché è presidente della Camera, degno di considerazione tale in questo ruolo da rientrare nelle quattro “massime cariche dello Stato” che il cosiddetto lodo Alfano mette al riparo dalla giustizia. Nel messaggio inviato al sindaco di Bologna e a Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei famigliari della vittime, Fini ha scritto di ritenere “necessario che, dopo tanti anni, si dissolvano le zone d’ombra che hanno suscitato perplessità crescenti nell’opinione pubblica intorno all’accertamento della verità sulla strage. Sarebbe un servizio prezioso reso alla democrazia del nostro Paese”.
Trascuriamo la scarsa sensibilità di cui si dà prova inoltrando un’esortazione del genere ai famigliari degli 85 morti e oltre 200 feriti della bomba alla stazione, che strenuamente difendono quelle sentenze, e domandiamoci quali sarebbero quelle “zone d’ombra” che rendono meno democratico il nostro Paese. Forse quelle indicate dal teorema di Francesco Cossiga, prive di riscontri documentali, le stesse che si adombrano negli atti della commissione Mitrokhin, e dei parlamentari di An e Forza Italia, Enzo Raisi, Italo Bocchino, Fabio Garagnani. Quelle per cui Valerio Fioravanti e la moglie Francesca Mambro sarebbero fresche mammolette finite in un gioco più grande di loro e non personaggi di primissimo piano - e con solide coperture - del terrorismo nero, operanti dalla fine degli anni Settanta ai primi anni Ottanta, quando vennero arrestati.
Eppure sono responsabili ognuno di una decina di omicidi (per i quali sono stati condannati a numerosi ergastoli e a decine di anni di carcere) tra i quali anche quelli di due neofascisti loro amici e camerati, “giustiziati” perché sospettati di essere delatori. Due persone che, al contrario di quanto si vuol fare credere, non si tirano indietro neppure di fronte alla strage: il 9 gennaio del 1979 Fioravanti assaltò la sede di Radio Città Futura di Roma ferendo a colpi di mitra quattro donne; il 16 giugno dello stesso anno guidò l’assalto ad una cinquantina di persone riunite in una sezione del PCI all’Esquilino sulle quali vennero lanciate due bombe a mano oltre a venire esplosi numerosi colpi di arma di fuoco. I feriti furono venticinque: non sembra davvero un giovanotto che si tiri indietro di fronte all’eventualità di compiere un massacro di innocenti.
Il presidente della Camera che parla di “zone d’ombra” e di “perplessità crescenti nell’opinione pubblica”, dunque, di cosa parla? Di quali prove documentali è in possesso? Di nessuna. E a quale opinione pubblica fa riferimento? Così scrivendo, la terza più alta carica dello Stato si accoda ad un’operazione di messa in dubbio di una sentenza che ha superato tutti i gradi di giudizio senza venire contraddetta. Ovviamente, è lecito che ci sia chi esprime perplessità, purché quelle perplessità non le si voglia far diventare a tutti i costi delle prove. E a condizione di non ricoprire un ruolo di garanzia istituzionale qual è quello di presidente della Camera.

Postato da: bepperamina a 13:09 | link | commenti |
bologna, mambro, fioravanti, 2 agosto 1980, strage alla stazione



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